In Medio Stat Virus

Credits ALFRED PASIEKA/SCIENCE PHOTO LIBRARY

Tic-toc, tic-toc, tic-toc. E’ come se ormai si fosse installato nel mio cervello il ticchettio di un ordigno che sta per esplodere. Avete presente nei film quei monitor sulle bombe che stanno per innescarsi, e mancano pochissimi secondi (che quasi sempre si dilatano in minuti per finalità filmico-narrative) e tu stai lì a dire “dai dai dai disinnescala” pur sapendo che ci sarà quasi sempre un lieto fine? Ecco, mi immagino nella mia testa questa scena senza però due fondamentali elementi: la consapevolezza di quanto tempo rimasto ci sia all’impatto, e la consapevolezza del lieto fine.

Dico questo in quanto osservo a distanza ciò che sta succedendo nel paese in cui sono cresciuta e a cui debbo i miei natali, l’Italia. Mi ritrovo così ad assistere con un filtro spaziale, a più di 2000 Km da Roma, come l’emergenza coronavirus stia colpendo il paese. Le informazioni che ricevo sono prevalentemente online, sebbene abbia qualche testimonianza diretta dalle persone a cui tengo che sono lì a Roma, come sospese sul filo del rasoio.

Attesa. Questa è la principale sensazione che percepisco quando parlo con qualcuno. È come se l’Italia, ma così come l’Europa intera, fosse sospesa in un limbo temporale, aspettando che il contagio del Covid-19 si diffonda. A quanto pare, questo sembrerebbe inevitabile. Qualche ora fa il governo italiano ha approvato un decreto d’emergenza, il quale mette in isolamento un’intera Regione e diverse provincie al fine di contenere il virus. Le immediate reazioni (almeno a quanto riportato dai diversi media) sono state di un conseguente esodo di persone verso il Sud, un vero e proprio paradosso, per chi conosce la relazione tra Nord e Sud del Bel Paese.

            Non so quale siano i numeri effettivi di persone che abbiano provato a lasciare la Regione, infrangendo un decreto che era stato diffuso ancora in forma embrionale, senza ancora essere stato ufficializzato, che ha generato una qual certa dose di panico tra le persone. Inoltre, sono state promulgate restrizioni relazionali da attuare in tutta Italia, quali mantenere la distanza di almeno un paio di metro gli uni dagli altri, evitare mezzi pubblici, starnutire nell’avambraccio piegato, evitare di darsi la mano etc. Le scuole sono state chiuse, così come molti altri luoghi di assembramento sociale e culturale. Gli ospedali, già carenti di personale medico-sanitario, sono sotto pressione più che mai. I social media e i media mainstream sono totalmente otturati di notizie e live-streaming sulla situazione Covid-19 in Italia.

Onestamente, sono obnubilata dal quantitativo di informazioni che mi vengono propugnate a destra e a manca, quasi al punto da creare un ‘information breakdown’. Non so più bene neanche cosa pensare, quarantena sì, quarantena no, stiamo agendo bene/male, che ruolo hanno i media nel diffondere notizie e a veicolare le reazioni degli individui, il sistema cambierà dopo quest’emergenza o tutto rientrerà nei ranghi e torneremo a dimenticarci di tutto questo, che diventerà solo un vago ricordo da raccontare ad eventuali nipoti?

Le statistiche evitano giustamente di fare previsioni a lungo termine, in quanto la diffusione del virus e l’incertezza legata alle sue conseguenze sul nostro sistema sono troppo instabili. Ci ritroviamo, dunque, a vivere appieno sulla nostra pelle l’apoteosi di quella che il sociologo Zygmunt Bauman definì “la società dell’incertezza”, in cui il singolo frammento temporale prevale sulla long durée. È vero che Bauman non legò questa definizione prettamente a un sistema biopolitico, piuttosto facendo riferimento al cambiamento paradigmatico del mondo postmoderno globalizzato. Eppure, credo che in questo marasma, l’epidemia Covid-19 stia per certi versi dando un buon esempio dell’incertezza che governa le nostre vite, della sensazione di precarietà che sentiamo nei confronti di fenomeni che esulano la nostra portata d’azione. Certo, possiamo contenere il problema, e di certo non stiamo parlando di un virus pericoloso per via dell’elevato tasso di mortalità, ma possiamo certamente riflettere sulle conseguenze sociali che questo microscopico essere sta avendo sulle nostre vite.

La politica italiana sta reagendo all’epidemia con importanti misure restrittive sulla libertà personale, che ha già polarizzato il dibattito tirando in ballo da una parte la biopolitica di Michel Foucault, il quale teorizzò come la società odierna governi gli individui tramite un diretto controllo sui loro corpi, anzi, più precisamente, convincendo gli individui stessi ad autogovernare la loro bíos; mentre dall’altra, si parla di necessità di mettersi in auto-quarantena, così da limitare le proprie libertà per il bene superiore del sistema, in particolare quello sanitario, che altrimenti collasserebbe.

Di solito quando ci sono due opinioni così divergenti, tende a venirmi in mente la massima latina in medio stat virtus, ad indicare che la verità sta nel mezzo. Ebbene, credo che possa essere applicata anche in questo caso. Sembrerebbe al momento necessaria e praticabile la limitazione delle interazioni sociali, in una società che di certo non aveva ulteriore bisogno di processi individualizzanti, che però al contempo implica inevitabilmente precise conseguenze politiche, confinando gli individui meramente su basi nazionali e geografiche piuttosto che per effettiva positività al virus. Non so se ci sia un compromesso tra le due cose, non sono una politica né tantomeno una virologa, ma semplicemente un soggetto che di fronte alle cose mi succedono pensa, talvolta anche troppo.

Infatti, non posso smettere di pensare che nel frattempo, mentre il Coronavirus imperversa in Europa e sta intasando i nostri canali informativi, 20.000 soldati americani sono sbarcati nei porti Europei per un’azione chiamata DEFENDER-EUROPE 2020 (non credo che per difesa si intenda la difesa dal virus), e alle frontiere Europee i rifugiati vengono respinti a bastonate, mentre bambini piangono per i fumogeni negli occhi. Nonostante l’imperversare del virus, in questo momento l’Altro da sé per eccellenza, il non-umano che ci fa così tanta paura e che mette a repentaglio la nostra salute, continuiamo a maltrattare, a rifiutare i nostri simili e a non offrir loro alcuna forma di reale ospitalità (che a quanto disse il filosofo francese Jacques Derrida, non può davvero esistere per l’essere umano, in quanto implica sempre una relazione gerarchica di potere ospitante-ospitato). Cito qui le parole di Slavoj Žižek in Against the double blackmail (2015):

“The main lesson to be learned therefore, is that humankind should get ready to live in a more ‘plastic’ and nomadic way: local or global changes in environment may result in the need for unheard-of large-scale social transformations and population movements. We are all more or less rooted in a particular way of life, protected by rights, but some historical contingency may all of a sudden throw us into a situation in which we are compelled to reinvent the basic coordinates of our way of life. One thing is clear: in cases of such turmoil, national sovereignty will have to be radically redefined and new levels of global cooperation invented. […] However, the most difficult and important task is a radical economic change that abolishes the conditions that create refugees [i.e. today’s global capitalism and its geopolitical games]”.

Con il coronavirus, persino i mercati hanno subito degli scossoni, e le emissioni di CO2 hanno visto una diminuzione significativa in alcune aree del pianeta. Esagero e butto lì che forse questi segnali potrebbero rappresentare una possibile apertura verso un ripensamento dell’economia globale.

Mi auguro che una delle inaspettate ripercussioni di questo virus sia quella di poterci effettivamente aiutare a ricordare la complessità del sistema in cui viviamo, a rivalutare la dinamica Sé-Altro, quando l’Altro non è prettamente umano.  Magari il Covid-19 può ricordarci quanto siamo davvero tutti interconnessi con altri esseri, umani e non, che permettono la varietà biologica e genetica di cui questo pianeta al momento sembrerebbe essere un unicum. Ci siamo convinti di essere, in quanto entità senzienti, una specie dominante sulle altre, e su un intero network esistenziale che, a mio avviso, ci vede semplicemente come nodo (indubbiamente più consistente), pur sempre interconnesso con il tutto. Forse dovremmo dire che tra noi e il resto, c’è il virus: in medio stat virus.

Purtroppo, ho già il presentimento che passata quest’emergenza ci dimenticheremo presto di come un essere infinitamente minuscolo quale un virus (come oltretutto già successo molte altre volte in passato) abbia avuto un impatto tutt’altro che insignificante sulle nostre esistenze. E se il Covid-19 fosse un promemoria impostato nel nostro sistema, per ricordarci ogni tanto il nostro posto nel mondo? Forse per un breve periodo, forse per un periodo più lungo, forse per sempre. Tic-toc, tic-toc, tic-toc…

Ringrazio Massimiliano Papaleo per “in medio stat virus”
Fonti che hanno ispirato queste parole:

Pubblicato da sillabusiva

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